martedì 8 settembre 2015

La storia dei Beni Comuni di Lesa - prima puntata: L'ex Società Operaia e il Campo Sportivo

Il territorio del nostro Comune è ricco di tracce che testimoniano esempi di mecenatismo da parte di personaggi illustri e famiglie benestanti. Ci sono targhe che ricordano lasciti di immobili, donazioni di fonti d’acqua o altri servizi necessari alla vita di una collettività, alcune effettuate direttamente al Comune, altre a ormai disciolte Opere Pie. Se la memoria dei ricchi benefattori è più o meno compiutamente consegnata al tempo, non altrettanto avviene per le imprese realizzate dall’ingegno, dalla forza e dalla generosità dei semplici cittadini. È un peccato perchè la solidarietà è una forza antica che periodicamente ha innervato la vita e lo stare insieme della nostra comunità dandole la capacità di compiere imprese destinate a restare nel tempo. Il nostro territorio è costellato da testimonianze imponenti di opere e strutture di uso sociale ideate, finanziate e costruite dalla partecipazione popolare. Non sempre le amministrazioni pubbliche sono state buone custodi di questo patrimonio e spesso la memoria stessa dell’origine sociale di queste realizzazioni si è persa o si sta perdendo perché nessuno fa nulla per mantenerla. Sono veri e propri “beni comuni” di cui il nostro paese dovrebbe andare fiero e che dovrebbero, nei limiti del possibile, vedere le amministrazioni pubbliche schierate a difesa della memoria, prima ancora della loro destinazione e della loro originaria funzione. Le fatiche, la disponibilità a spendersi per il futuro di decine, a volte centinaia di persone, andrebbero ricordate e trasmesse sia alle giovani generazioni che agli abitanti di recente acquisizione per non interrompere un filo prezioso tessuto nei secoli. Lesa, Villa, Solcio, Comnago e Calogna sono state nel passato comunità capaci di scrivere direttamente la loro storia e i segni sono tuttora presenti sul nostro territorio anche attraverso opere di grande impegno sulla cui origine non è giusto vada perduta la memoria. C’è un lavoro da fare ed è quello di compilare un elenco il più completo possibile di questi “beni comuni” nati dal lavoro e dalla generosità degli abitanti di questi luoghi.
Iniziamo da questo numero senza la pretesa di arrivare a una elaborazione definitiva. Pensiamo piuttosto a una prima, piccola traccia sulla quale costruire pian piano altri pezzi di memoria collettiva. In questo numero di “Lesa nel Cuore" raccontiamo i primi due esempi di strutture nate dal concorso della popolazione. Altri seguiranno nei prossimi numeri del giornale…

Ex Società Operaia

L’immobile, ora sede del Consiglio Comunale, ha una storia che affonda le sue radici nei primi anni del Novecento quando la locale Società Operaia di Mutuo Soccorso decide di costruire la propria casa. Edificato dai lesiani con il lavoro volontario finanziato anche dalle rimesse dei concittadini emigrati sulla base del principio “Ciascuno dà quello che può. Chi non è in condizioni di partecipare con il proprio lavoro contribuisce all’acquisto del materiale” l’immobile vede la luce e diventa il cuore delle iniziative ricreative del paese con la sua grande sala polivalente, capace di essere cinema, teatro e sede di grandi feste. Negli anni Venti, con l’avvento del regime fascista e lo scioglimento coatto di tutte le strutture associative democratiche anche la Società Operaia di Lesa viene sciolta e la sua sede espropriata. Dopo la Liberazione tutto sembra ritornare al suo posto. La ricostituita Società Operaia di Mutuo Soccorso rientra in possesso dell’immobile e dopo un breve periodo di gestione diretta decide di trasferire la proprietà del bene al Comune, cioè all’intera cittadinanza di Lesa. Inizia così un lungo periodo in cui pur restando di pubblica proprietà l’immobile vive esperienze di gestione privata. Con il passare del tempo e le modifiche nelle normative, il grande salone viene abbandonato al suo destino e l’attività dei privati si sposta progressivamente nella suggestiva taverna al piano inferiore. Negli anni Novanta con l’amministrazione guidata dal sindaco Gianni Lucini si inizia a pensare al recupero della sua fruibilità pubblica. Scaduto l’ultimo contratto di locazione, il Comune torna nel possesso completo anche della disponibilità del complesso immobiliare e presenta la prima ipotesi di recupero e ristrutturazione del complesso. Si tratta di un progetto di fattibilità firmato dall’Ing. Vanoli e destinato a supportare la ricerca di finanziamenti pubblici. L’idea è quella di farne un grande centro non esclusivo e aperto alla popolazione di attività nautiche con il sostanziale contributo delle strutture di Credito Sportivo. Nei primi anni del nuovo millennio, la sindaca Letizia Romerio Bonazzi porta a compimento quella che solo pochi anni prima era una speranza. Il progetto definitivo, affidato all’arch. Turba, viene finalmente finanziato e i lavori hanno inizio. In quegli anni nasce anche la Canottieri Lesa, la cui formazione viene favorita specificamente per dare un seguito concreto alle possibilità offerte dalla nascita del centro nautico. Sarà poi la prima amministrazione guidata dal Sindaco Roberto Grignoli a modificare parzialmente la destinazione finale dell’immobile ristrutturato riducendo sostanzialmente lo spazio originariamente previsto per il centro nautico e separando l’ampio salone utilizzato oggi come Sala Consigliare e spazio per eventi vari.

Il campo da calcio comunale in Via Davicini
All’inizio degli anni Settanta nel territorio del Comune di Lesa non esisteva più né una squadra né un campo da calcio regolare per disputare campionati. Era un peccato, visto che in vari periodi della sua storia Lesa aveva avuto due squadre: il Lesa, con la maglia rossoblu, l’Esperia di Villa Lesa con la casacca arancione. Aveva anche un grande campo sportivo in nell’area oggi a prato antistante il Castellaccio, teatro negli anni Venti e Trenta di incontri di squadre di Serie A e, alla vigilia dei Campionati del Mondo del 1934, di alcune sedute di allenamento della nazionale italiana di Vittorio Pozzo in ritiro all'Alpino sopra Stresa. Nel dopoguerra, scomparso il Lesa e abbandonata l’area del Castellaccio, il calcio si era trasferito a Solcio, sull’area oggi occupata in permanenza dal Campeggio. In quegli anni l’area godeva di una duplice funzione: in autunno, inverno e primavera campo sportivo e in estate campeggio (gli spogliatoi delle squadre diventavano servizi igienici). Con la fine dell’Esperia l’unico spazio destinato al gioco del calcio restava il campetto delle ACLI di Lesa in Via Davicini, che ospitava un combattutissimo torneo notturno per squadre di sei giocatori e un Torneo Primavera destinato ai ragazzi più giovani. Il campo sorgeva in quello spazio oggi destinato a parcheggio di fianco alla sede del CRI. Mancavano squadre e strutture ma non mancavano i giocatori sulle orme del solcese Bruno Padulazzi, terzino di Arona, Legnano, Torino, Marzotto e Inter, con la quale aveva conquistato anche due scudetti consecutivi nelle stagioni 1952-53 e 1953-54. Tra i molti che si facevano valere sui campi d’Italia c’erano i villesi Nicola (Nicolino) Centrone, Ezio e Claudio Loregiola, Giorgio Diana e Ugo Diana, i lesiani Luciano Dondi, Umberto (Mora) Morellini, Luciano Barbarigo, Piercarlo Tadini, Guido Velatta e Giorgio Conterio e i solcesi Fabio Padulazzi, Maurizio Tagini, Valerio Fornara, Dario Fornara, Carlo Prini, Piero Gattico, Sandro Moretti e Alberto Vincenti, giusto per citare i primi che vengono in mente. Proprio negli anni Settanta rinasce la voglia di riportare il calcio a Lesa. Nasce così la Nova Esperia, una squadra senza munifici finanziatori, basata sul volontariato e sull’entusiasmo dei suoi fondatori. Fin dall’inizio qualcuno dei calciatori lesiani impegnati altrove si rende disponibile a vestire la maglia della squadra del proprio paese. Nasce così una squadra senza campo. In quegli anni Settanta il concetto di “giocare in casa” per la Nova Esperia è un artificio linguistico visto che gli incontri casalinghi si disputano a Nebbiuno o a Meina. I sacrifici di calciatori e tifosi sono tanti e pian piano cresce così l’idea di “costruire” un nuovo campo sportivo a Lesa. L’area che viene scelta per la sua collocazione è proprio quella dove attualmente sorge il Campo Sportivo Comunale. Si contattano i proprietari e si chiede l’aiuto del Comune. I proprietari concedono in affitto le porzioni di terreno necessarie e l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Marenzi si rende disponibile ad accollarsi la spesa dell’affitto stesso e a fornire il materiale necessario ad attrezzare l’area. Il resto viene da sé. Giocatori e sostenitori della squadra nelle ore libere spianano il terreno, lo recintano e realizzano gli spogliatoi con alcuni box di recupero. Quasi a dare un tocco finale viene realizzata una tribuna per il pubblico interamente costruita con i tubi Innocenti regalati da un'impresa edile sullo spazio di terreno dove oggi sorge l’Area Attrezzata (la cui storia merita di essere raccontata in una puntata successiva). La Nova Esperia può così giocare nel proprio Comune e il concetto di “partita in casa” non è più solo un’invenzione linguistica. Il campo sportivo “fai da te” dura fino agli anni Novanta quando, complice anche la vittoria nel campionato e il conseguente passaggio di categoria, si rendono necessari lavori urgenti di allargamento e la costruzione di nuovi spogliatoi pena la revoca dell’agibilità da parte del CONI. Questa volta il volontariato non è sufficiente. Tocca al Comune e all'amministrazione guidata da Gianni Lucini farsi carico dei lavori necessari. Si cercano e si trovano i soldi dal Credito Sportivo e sia pur sul filo di lana l’avventura della Nova Esperia riparte.

 

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